mercoledì 4 novembre 2009

da "Alla luce della luce" (Nuova Compagnia Editrice, 1996 - introduzione di Franco Loi)


1. L’amore mi ha condotto a questi volti. Davoli fa questa citazione tra le strofe dedicate al matematico e sinologi Matteo Ricci? Sul misticismo non spetta a me dire parole nuove. Mettersi in attesa davanti al mistero delle cose, dell’uomo, del mondo, è proprio di ogni poeta, e non solo del santo. E in tutt’e due i casi, è il solo modo per portare un vero aiuto all’uomo. Non c’è vera poesia e non c’è autentica santità senza un atteggiamento mistico, senza accostarci al silenzio, dal quale, solo, proviene la voce e la parola; nel quale, solo, si giustifica l’azione.


A me pare opportuno accostare questa citazione all’altra, evangelica, interpretata dal Cantalamessa, che si riferisce al distacco “dall’amore di Dio” che il Cristo sente angosciosamente tra gli spasimi della croce. Ecco, a me pare che tutta la poesia di Filippo Davoli sia un perenne tentativo di esprimere, nel corpo delle cose e delle esistenze, la compresenza del vuoto e del pieno, dell’oscurità e della luce – e insieme un’attitudine all’amore, che è poi anche in un poeta compassione di sé, e slancio al dialogo con l’ignoto.

Madonna mia che freddo / che bel freddo… dice un verso, ed è appunto in questa vocazione ad afferrare l’antitesi il senso del suo poetare. Cerco me / in te che non ci sei, Attendo gli esiti che non giungeranno, e così via, in un protendersi da un vuoto verso un vuoto ma nel colmo di una speranza.

2. Ne abbiamo parlato a lungo nei nostri rari incontri: la tendenza è il silenzio, un rarefarsi della parola per alludere all’evento dentro la vita. Nella poesia la parola non è mai superflua: o è strettamente ed efficacemente legata all’essenza o è voluta dal ritmo e dal metro: c’è una legge di sostanza e di musica. Per Davoli tutto ciò è quasi ovvio. Ma il poetare in lui ha anche una necessità intima, rispondere alla provocazione dello spirito, rendere scarni gli strumenti, letterari e umani, all’ardua e flebile voce che dice: Smettiamola / vado ripetendo perché l’attimo / del distacco sia almeno, almeno quello / l’unico atto d’amore azzarda nel momento del “naufragio”. Ed è questa caparbia volontà di significato e di presenza a caratterizzare la personalità del poeta e il suo “fare”, mentre, insieme, gli affiora, ben oltre l’attitudine e la preparazione letteraria, la verità dell’impotenza della parola in se stessa: Si sfanno le parole / come briciole di pane.

3. La citazione iniziale evidenzia la malinconia dell’”essere lontani da Dio” e tuttavia la convinzxione di dover amare, di confermare il primato dell’amore – che è movimento verso – la volontà di uno scambio con le creature. Ma non è questa la poesia / forse nemmeno si scrive, inizia la penultima lirica in fondo al libro. Anche Noventa raccomanda ai poeti: Serché più in là. Giacchè non nella poesia è lo scopo, pur se anche la poesia inerisce ai fini umani e divini, anzi, è necessaria alla memoria, orientamento verso il fine, sguardo a quel “più in là” che incatena il mistico. Non mi piace la “sistemazione” letteraria e non ho presunzione critica né propensione ai riferimenti e alle somiglianze. Certo, Sereni è presente in questo libro. C’è la sua ritrosia al dire ciò che intimamente lo muove, c’è il suo senso del vuoto e dello smarrimento – si pensi al “Belvedere” di “Stella variabile” – c’è la dimensione inquieta dell’altro – l’amico, la donna, il paesaggio – e c’è, soprattutto, una tradizione ermetica, malgrado sia Sereni che Davoli ne rifiutino le premesse teoriche. Del resto, sappiamo che un’epoca raccoglie le somiglianze stilistiche più di quanto appaiano ai contemporanei e indipendentemente dalle intenzioni. Ma preferisco riconoscere in Davoli quell’atteggiamento così ben espresso in una poesia postuma di Franco Fortini: Vieni tu, vieni accanto, voglio dirti / qualcosa che ricorderai, cioè la disposizione al dialogo, la costante utopia di un interlocutore, più o meno privilegiato.

4. Non possiamo tuttavia porre in secondo piano – il mio “noi” è riferito al lettore – la propensione di questo poeta a farsi medium verso l’ignoto, a oltrepassare i limiti di una convenzionale descrittività o di una mentale conoscenza. Anche la rappresentazione della materia, della natura, dei corpi, tende a svelarne le essenze, capirne i significati riposti: Fissano le tue mani le tue rose / cinte d’acqua e i tessuti che già frusciano / lievi di te, sussurra in una bella poesia, e c’è un accenno all’intelligenza delle mani e delle rose e una compenetrazione tra le creature; e sillaba più avanti: Poi, a un tratto, forzare l’uscio, darsi / una fessura sul mondo e ancora sinteticamente: Amare l’attimo prima dell’attimo di andare. Sì, rimembranza leopardiana. Ma anche l’intuizione che non è così naturale il nostro guardare il mondo, che ci si dà uno sguardo, che, come una ferita, apriamo sempre un varco tra le nostre abitudini e il nostro modo di subire la natura per, finalmente, vederlo, il mondo. Non sono gli occhi che guardano, ma noi che spostiamo lo sguardo col mutare della nostra coscienza. E quell’amare l’attimo prima dell’attimo ancora somiglia al prima del dì di festa, ma lo sposta nella continuità – non c’è festa che delude, ma un’incessante amare l’attimo prima, l’intensità di cogliere la vita e abbracciarne l’eternità. Sintomatico è quanto mi permetto di stralciare da una lettera di Filippo: “E dire che la bellezza della nostra vita sta proprio in questa precarietà, che ha la sua segreta ma incontrovertibile dimensione di dolcezza; e che, come tu sai bene, proprio dalla precarietà del nostro Io nasce la consapevolezza di essere eterni, questa fantastica e semplicissima scoperta che si rinnova ogni giorno…”. Perciò non occasionale la citazione di padre Matteo Ricci, ma una consonanza profonda, una fratellanza nell’umiltà e nella cecità visionaria della fede: E la notte veniva a perdifiato, / e cresceva domestica, annientata, / nel tuo dolore di carne e di tempo, / la pienezza di quella Luce…
Non c’è acquietamento, né consolazione! La pienezza di quella Luce non toglie il dolore, anzi lo acuisce, perché accresce la pochezza del nostro rispondere alla Sua volontà. Appunto dall’interno di una sofferenza, che la carne crea a se stessa, si scopre la pienezza, buona e immortale, della madre Luce, e la nostra impotenza a risponderle, ma anche la sua dolce benevolenza.

5. Non vorrei che le mie parole giungessero sproporzionate o inopportune alla modestia piana di questa poesia. Ma preferisco, in ogni occasione, sottolineare l’ampiezza del sentire e dei propositi entro cui si muove il poeta, evidenziare gli strati intimi di un nostro comune sentire e dialogare, tra le disperazioni che pure ci tormentano, le quotidianità che ci tengono prigionieri o di cui ci facciamo prigionieri e quegli aquiloni di speranza che ristagnano / legati a un filo che non si spezza mai. Sì, poesie d’amore per una donna, momenti sfuggiti al quotidiano, ricordi, brevi ritratti, e poi amici, la città, il paesaggio, le riflessioni. Sono tanti motivi che spingono l’uomo a dire. Ma, attraverso questa memoria del vivere, emerge un incessante richiamo, sia pure venato di malinconia o portato dal vento che sferza la solitudine, alla fiducia, al ricordo di sé, all’attenzione, al rispetto per la vita.

Franco Loi
 
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MATTINATA


Cerco nel letto sfatto
il calore della tua sagoma
le pieghe come di carta
che ha segnato il tuo corpo

e cerco me
in te che non ci sei
qui nella pagina bianca

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NOTIZIA


E quando scriverò che fanno
gli altri? non rispondermi
le solite cose la piazza il bar
quel riottoso ciarlare di bottega

fammi sapere che s’è aperto un varco
stabilito un contatto
che un guscio s’è dischiuso.
Alta la voce e poca
e vera.

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LE TUE ROSE


Fissano le tue mani le tue rose.
A sghimbescio col mondo per i viottoli
d’alta campagna accorre al suo buon grido
di vergine l’odore della pioggia.

Fissano le tue mani le tue rose
cinte d’acqua e i tessuti che già frusciano
lievi di te. Nudità di cui sei
d’ombra penombra, di riposo grido,
libro di voce, di te stessa me.

Talvolta tra le serpi in convulsione
appare un rado stormo di ginestre.

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IN ITINERE


Essere come vento, in un andarsene
oltre se stessi, all’uomo, alle ferite
che si trascina addosso, mendicante
sazio di tutto. Ama, Padre, i ricchi
soli che non conoscono il perdono.

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FESTA


Ma non è questa la poesia,
forse nemmeno si scrive. La nostra
passa sull’acqua come le cose
che muoiono, per le altre
già morte.
C’est tout.

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Am fussia liberé, lizènd i liber…

Incò a pèr pers al viver, mort al vers…
Altro è la vita, è in un andare verso
la vita, verso il giorno. E non è qui.

da "Un vizio di scrittura" (Stamperia dell'arancio, 1998)

Quinto libro poetico di Filippo Davoli (Fermo, 1965: coinvolto in una rivista viva come la pure marchigiana "Ciminiera"), rappresenta un primo approdo di rilievo, entro una storia in deciso crescendo. A ciò giova il rapporto tra una solida cultura letteraria (con tanto di uso del latino e la memoria forte di Michelangelo poeta) e lo stupore che provoca l'intreccio di storia e natura, dentro il sublime creaturale - assieme erotico e religioso - dei corpi.
(Alberto Bertoni in Trent'anni di Novecento, Book Ed., 2005)

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Amicizia

Altra cosa i quaderni, altre parole
nella tua casa franca di frontiera
varcata a metà marzo dalla scuola.
Ma era notte e da te c'era il dolore
portato sobriamente, con rispetto.
Che tempra, il vostro cuore, che fedeltà!

A ridosso del porto c'era un gorgo
fatto di fughe ed empiti. I tuoi cani
lo guardavano vergine disfarsi.
Poi nella stanza fresca attorno al fuoco
la voce di tua madre riportava
antichi accenti di solarità.


Salve festa dies

Oh, come limpida scende la notte
e tutta di candore si fa
e ogni pioggia la batte
umida di silenzio e di fari.
Si sente nell'aria odore di giorno
quei crepuscoli estivi riaffioranti
nella memoria
le brezze gelide in attesa del sole.
Oh, che verrà la luce...

martedì 26 maggio 2009

da "Una bellissima storia" (Stamperia dell'arancio, 2000)



Dopo avere letto Una bellissima storia ed esserne rimasto piacevolmente impressionato, ho voluto incontrare l'autore. Una volta è naufragato lui, dal mare d'acque, a Cagliari. Una seconda volta sono andato io a Macerata: entrambi abbiamo così gustato i sapori e aspirato i profumi dei nostri luoghi, sicché le pagine si sono animate di preziosi dettagli d'esistenza. Da Macerata a Recanati, dove Filippo mi ha accompagnato con la piacevolezza affabulatoria di cui è dotato, il cammino è breve su per le strade che circondano i colli dolci e ondosi, come Filippo ama dire, del maceratese. Due mari, allora, uno d’acque e l'altro d'erbe, il mio e il suo, che ci accomunano nel movimento corposo e morbido delle parole. Con Filippo, sul Colle dell'Infinito, ho compreso - direi meglio, preso, afferrato e portato via con me - quel viatico straordinario che è l'ultimo verso dell'Infinito.E il naufragar m'è dolce in questo mare: le parole covano nella sensibilità, filtrano dalla ragione ma radicano profondamente nel loro lento sedimentare sui luoghi del nostro vivere. Non avevo mai pensato a quanta vita dei colli recanatesi, che Leopardi aveva dinanzi agli occhi, palpitasse in quel verso.

La poesia di Filippo è così: è vita, prima di tutto. E poi è parola, una parola che si incarna - profeticamente - per ritornare alle cose, agli uomini, al dialogo fitto ed agli incontri. "La vita è l'arte dell'incontro", ama dire Filippo citando Vinicius de Moraes. Aggiungerei io, parafrasando, che per Filippo anche la poesia, in quanto strumento, in quanto accidente che al poeta è toccato in sorte d'avere, è arte dell'incontro. Banale sillogismo ci porta ad inferire che senza la vita, senza il movimento talvolta amaro delle cose, la poesia è parola vuota, fine a sé stessa, che non si incarna.Incontrare gli altri, comunicare, è spesso faticoso. Implica uno spostamento non solo fisico ma anche - soprattutto - interiore. E l'immagine del cammino, della ricerca che conduce all'incontro che poi va coltivato col dono sacro della parola è carissima a Filippo. Anzi, direi che sostanzia la ragione stessa del suo ultimo libro, Una bellissima storia, dove già per sé la storia è un percorso lungo le proprie strade e per i propri luoghi. Luoghi che non sono mai concepiti come vuoti, solitari; sono intensamente abitati da mille destini che Filippo incrocia: dediche, citazioni, riferimenti alla quotidianità di una comunità rendono i suoi versi una bellissima città a misura d'uomo.

Vorrei qui fare un breve cenno, per spiegarmi e restituire l'immagine che ho avuto nel vedere i collages di Filippo, proprio alle sue composizioni figurative, dove si insiste su qualche immagine reale o appartenente alla nostra tradizione pittorica usandola come sfondo, per "incollarvi" o riprodurvi con la tecnica del fotomontaggio profili a lui noti, sagome e ritratti di persone che hanno avuto un tratto significativo nella sua vita e che rappresentano la ricerca delle sue radici. Le piazze, i locali, le stanze vuote si animano della sua gente. Della sua comunità.La medesima impressione possono darci i suoi versi con una magica suggestione evocativa e pittorica. Il suo camminare diviene tuttavia il nostro camminare, ché diversamente la poesia non si incarnerebbe. Un cammino attraverso il tempo e lo spazio, una storia di incontri, perdite, nostalgie, miracoli imprevisti e gesti minimi che poi divengono emblematici. Così, anche il tema dell'incontro può avere il duplice valore della magia e dell'incanto da una parte, della sofferenza e del distacco dall'altra. Gli incontri sono imprevisti, ci capitano tra capo e collo, proprio come i libri. Succedono, accadono senza che noi ne possiamo prevedere i tempi e la scansione. E tutto si basa su un sottilissimo e tenue filo di immagini, profumi, gesti evocativi. Un semplice tratto, una svista.

Tra simili ci si conosce al volo.
Si riconosce un tratto, una svista,
i sillogismi del cuore. Specialmente
se poi un'ansia di coprire fa scoprire
le carte, svelare i sogni, diciamo così.
Ma è un gioco per pochi intimi e forse
una tacita complicità destinata
al suo privato oblio.
That's all.

Tutta la densità del primo verso, vitalissimo e dal profumo intenso di una invocazione, si riverbera poi nella malinconia e quotidianità del finale. That's all. Questo è tutto: come per chiudere una questione e rimandare tutto al prossimo pensiero, alla prossima poesia. Come uno scatto improvviso, uno struggimento che è già divenuto volontà di proseguire la bellissima storia verso un altro incontro. That's all.
Il rapporto con il tempo è basato su un ambiguo atteggiamento di amore e odio. Filippo lo insegue dentro l'immobilità paradossale del suo trascorrere, fra le storie dell'esistenza e la storia personale dell'esistere: un tempo immobile, catturato nell'immagine del locale dove si gioca a biliardo e che immaginiamo avvolto nella semioscurità delle luci soffuse, tra i fumi e le persone che maneggiano la stecca da biliardo, magari un bicchiere poggiato sulla cornice del tavolo.

Se Ti incontrassi davvero
al Bar del tempo
forse pioverei nei tuoi occhi
ma mi risucchierebbe di là
la sala da biliardo
e la fumea che ne colora le ore.
Io giocare non so: preferisco guardare
l'attimo in cui la canna
schiocca sulla biglia color crema,
afflitto come sono dalla smania
di frenare gli istanti, di calarmi
dentro la vita (Tu che faresti?)
forse in quegli occhi Tuoi
potrei arrestare l'ansia di questa corsa
senza finale
con le tappe intermedie che si accavallano
se solo Tu abbandonando il bicchiere
apparissi per caso sull'uscio
a cercarmi di nuovo.
Ecco, allora direi
che forse non era grave scivolare
sul piano verde tra i birilli scomposti
se Tu venissi a chiedermi di andare
perché s'è fatto tardi.


La sala da biliardo, allora, diviene un bar assoluto del tempo, diventa un luogo altro e fuori dalla misura crono-logica, per seguitare a giocare coi paradossi di Davoli, un luogo nel quale si cerca con smania di frenare gli istanti (un altro paradosso: la frenesia della non frenesia); si spera, almeno si spera, di vedere comparire sull'uscio la figura di un altro incontro, in un'atmosfera cinematografica dall'intenso tratto figurativo: talché ci rimane impresso, assurdamente, il volto di un'assenza. La figura che si spera di vedere ma non si vede: se tu venissi a chiedermi di andare / perché si è fatto tardi.
Affascinante questa capacità della parola di legarci all'assenza di un'immagine, più che all'immagine stessa (se tu venissi: ma non ci sei). In questo caso, cioè, l'andare via perché si è fatto tardi è proseguire lungo il filo di una bellissima storia con niente altro che la speranza di non essere più soli. Proseguire il cammino con il desiderio di un incontro e con la speranza che l'incontro ci possa essere, al bar del tempo e in un'altra poesia. In questo caso, davvero esemplare della poesia - o, se è ancora concesso usare tale terminologia, della poetica - di Filippo, c'è il racconto della contraddizione fra il desiderio di vivere nel mondo e la difficoltà ad esserci, a sincronizzarsi con i suoi movimenti; l'evocazione di uno scotto da pagare alla lucidità con cui si osservano le cose ma che impedisce però di aderirvi completamente. Il divario tra la contemplazione e la materialità del vivere, se si vuole: o ancora meglio, il contrasto tra chi il mondo lo vive da dentro, senza poterne valutare l'interezza, e chi invece è capace di uno sguardo sintetico, da un osservatorio privilegiato e complessivo, ma che il più delle volte, non potendo viverci dentro, subisce l'esistere come la condizione di un disadattato. Ma Al bar del tempo può ancora accadere l'evento dell'incontro; c'è lo scatto miracoloso di un accadimento che poi è sempre una ricerca e una speranza che tale accadimento si verifichi, più che la sua realtà e certezza. Ed entriamo, per l'ingresso principale, dentro un altro tema di Filippo, quello di una profonda intensa religiosità che anima molte sue pagine, direi anzi tutte, anche quando non s'affaccia con evidenza. Una religiosità che da una parte gli fa sentire l'altissimo valore e la responsabilità impliciti nel fare poesia, dall'altra tributa al poeta la capacità profetica dell'intermediazione tra il qui ed ora e l'Altro come altrove da qui. La ricerca tra gli uomini diventa anche una ricerca con gli uomini per una possibilità di riscatto più ampia. Con le parole che Filippo Davoli ama dire spessissimo: la poesia è un accessorio, è strumento. Non può esistere fuori dal mondo e dalla vita che lo anima.
Ecco allora il senso radicalmente profetico della parola evocativa che galleggia nel bar del tempo: dice Davoli di aver voluto esplicitamente dialogare con il libro omonimo Il bar del tempo di Davide Rondoni: "nel testo che dà il titolo al libro l'autore accompagna Gesù Cristo al bar. Qui ho sentito affiorare un'ipotesi di incontro ulteriore nello stesso bar" (vedi nelle note in calce al libro di Davoli).

Ebbene, sono sempre contrario alle note d'autore nei libri, perché mi danno l'impressione di una certa nostalgia che l'autore stesso ha per il proprio testo, quasi di volontà a non staccarsene del tutto nel consegnarlo ai lettori. Preferisco sempre l'ambiguità, preferisco che l'autore non dia segnali e che lasci scoccare dall'incrocio tra la sua anima e quella del lettore la scintilla dell'interpretazione. Tuttavia, qui, la spiegazione di Filippo ha un senso imprevisto, perché crea, come in abisso, in una vertigine di senso, l'occasione per un molteplice incontro: tra Davide Rondoni e Cristo; tra Filippo e Davide Rondoni (o meglio, tra le poesie dell'uno e dell’altro); tra Filippo e Cristo (o il desiderio di Cristo); tra Filippo e noi e così via ricostruendo i circoli che, dal più stretto al più esterno e ampio, vanno allargandosi poco a poco come cerchi nell'acqua. E vanno restituendoci il senso della poesia che è incarnazione del verbo. La poesia diviene allora parola che ha messo immediatamente in contatto l'uomo con l'uomo e l'uomo con sé stesso e con la propria ricerca del senso che ha il vivere (o il continuare a vivere: l'incontro con Cristo evoca forse il senso di una stanchezza per il tempo materiale?) e il medesimo fare poesia.
(Giovanni Cara)

domenica 24 maggio 2009

da "Il pensiero dominante" (Garzanti, 2001)


Se piove non è lo stesso in casa o fuori
al tavolo di un bar
vuoto nel vuoto, scuro
nello scuro. E le femmine
che corrono via nelle pozzanghere
quando grida di sé la primavera
e è come se le auto si fermassero
e il cielo odora di vecchio e di nuovo.
Madonna mia, che freddo,
che bel freddo…















martedì 19 maggio 2009

da "14 solitari" in "7 poeti del Premio Montale" (Crocetti, 2002)


 Ad apertura di pagina ha fermato la nostra attenzione per il suo talento aforistico, per l'economia del verso, la concentrazione dell'immagine e del senso:
Eppure si tratta di vita. Non c'è nient'altro,
e poi: E' dolce anche sparire, // io credo.
Fulminante e materna l'ipotesi sulla morte nella poesia
Forse proprio quando meno lo sospetti / il fiume si apre in falcate di cenere...
e indimenticabile la contemplazione illuminante della vecchiaia, con il suo prezioso chiasmo finale:
Invecchiare così è morire viendo. / Essere morti vivendo è un'altra cosa.
Quando un poeta come Davoli scende in profondità, tutto, comunque, irradia vitalità e giovinezza.

Maria Luisa Spaziani



*
Ancora abbiamo preso la corriera.
Sfrecciava a ottantacinque per le curve
di Colfiorito, in direzione Roma.
Non arrivava mai. Dentro la pelle


gualcita dei sedili, ricordava
indelebili tracce di ricordi:
primi baci nell'ombra che spiavo
intimorito, o mia madre seduta


che mi dava la borsa da indagare
nelle tasche minuscole, e l'autista
che commentava i campi e che la vita
non è più come un tempo, si ricorda,

Signora? Glielo diceva e avevo paura
che me la volesse portare via.




*
Per la salita, fuori della porta,
siedono a rinfrescarsi alcuni vecchi.
Dalla mia scrivania spesso li vedo
sottovoce annuire.


Dalle rughe gli si schiude un'innocenza
misconosciuta, un delirio di grazia.

Occhi che sanno fulminare il giorno
e quella debolezza che santifica.


Invecchiare così è morire vivendo.
Essere morti vivendo è un'altra cosa.




*
Forse proprio quando meno lo sospetti
il fiume si apre in falcate di cenere
e ha un sorriso di madre che prende


il fiume che ti porta per mano
spegnendo chiassosi baccani,

diluviando negli occhi che scendono.

*
Le cose che guardano noi
a volte sorridono piano
senza prenderci a bordo. Sorridono
da un loro cosmo straniero.


Le cose che ci somigliano
non siamo noi. Sono madri
che ci guardano crescere piano,

padri invecchiati a fianco.

Le cose che cercano noi
c piace guardarle guardarci
e credere che ci vogliano bene

mentre ci sfiliamo dal corpo

per ricordarci chi siamo.



*
Sto pensando alle mani
che intagliarono le pietre
e a chi scavò i solchi delle strade
e scelse l'ordine per dare luce e vento
ai borghi. Sto

tra la gente che nessuno conosce
e ricorderà. Mi sento

felicemente nel flusso
come se all'orizzonte ogni cosa
si riassorbisse lontana
da ogni suo tempo e rumore.

Se queste mani del silenzio
riapparissero, mi fermerei
alle vene, alle unghie, magari alle
linee del palmo, alle giunture. E se proprio

vuoi, quasi spiando,
all'attaccatura degli avambracci,
ai polsi nodosi, ma basta:
niente più, per pudore
ché se la storia ha una sua traccia
pure la cronaca un suo segreto
universo. E' dolce anche sparire,

io credo.

lunedì 18 maggio 2009

da "padano piceno" (GED, Biblioteca di ciminiera, 2003)


padano piceno è libro di luoghi, esistenti o immaginari, di riflessioni, d’armistizio anche, con un universo solo apparentemente “altro”: s’attesta su diverse quote sostenuto da un’ottima uniformità stilistica che pone ogni pagina come fotogramma e sintesi, dove i piani della realtà sono un’energia imprevista, frammenti di tempo sospeso (ma com’è gialla la luce di questo tramonto / delicato e opprimente, com’è lontana / la tua voce che mi parlava…).

Tutto accade con naturalezza: il motivo centrale è l’antieroicità dell’accadimento osservato però con nitidezza (… io penso che ci si cerca per blandirsi / almeno un poco, sibilando come fa il neon / per la paura di spegnersi o per la gioia / di aver varcato il silenzio un’altra volta), ed il bilanciamento avviene tra parentesi, allusivamente, tra astrazioni parsimoniose e progressioni.



L’evidente pacatezza impressionista della tastiera linguistica di Filippo trova ampiezze - benché sobrie e rigorose - tra valenze evocative, specie nelle pause, nelle cesure e nella partitura asciutta non scevra di ritmica (...Là si vive / fianco a fianco, in rispetti che si ignorano / tra le altre specie in superficie, là / ogni frammento di esistenza vale / tutta la verità ) e punti di arrivo inerpicati nella soluzione verso una inversione alternativa, fortemente comunicativa e nuovamente d’esplorazione. Ogni poesia è - a dire il vero - un risultato di molti incontri situazionali e rivelatori.
La capacità di Filippo è trasformarli in “racconti” in “situazioni”, con svolte solo apparentemente impoetiche: come graffiti, graffi su di un muro. Ogni testo diviene qualcosa che deve esistere perché esistito prima di divenire testo. Privilegiato il percorso fedelmente aderente alla realtà, con mobilità di segni, di solchi da scoprire, di memorie, contatti, di incontri: Ci diamo un appuntamento fittizio, perché ciò che importa / è sapersi già in viaggio da una cornetta / all’altra, a cerchio sul mondo. In fondo il nostro / è un incontro in volo: un brulicare / di pause, di fioriti silenzi. Ci congiunge / misterioso un fluire nel sogno.
Fabiano Alborghetti


______________
*
L’Ottanta fu una stagione di motorini.
Le ragazzine le portavamo dietro
per sentircele addosso nelle discese.
Ma quella volta era tutto innocente.

Innamorarsi era portarsi un segreto
come una malattia di cui si ignori
ogni sintomo. Eravamo innamorati
tutti quanti della stessa ragazzina.

Non importa che fosse uno stecco incompiuto,
un incarto di ossa, noi volavamo
incauti nei suoi occhi, attendevamo
un segnale qualunque per sognare.

Poi l’altra parte della nostra vita
ancora ci portava sulle giostre
o alle piste di sabbia con le biglie,
ancora con quell’unica innocenza.

E forse siamo rimasti, a distanza di secoli
ormai, gli sprovveduti abitatori di un’alba
priva di ombre.





POEMETTO DELL’ALBA

Sono fermo nell’alba, in quest’assenza
totale di rumori e di coscienza.
Fermo su me, palpandomi le maniche
all’altezza del gomito, stringendomi

un po’ più in me, come sul ciglio del mondo.
Davanti ho il mio crocifisso di piombo,
l’inchiodato fratello che resiste
immacolato in quest’alba di pietra.

Non sale il rosa, non il vento leggero
che bruma l’aria e alleggerisce l’ora.
Solo il mio struggimento di sasso
varca il buio. E ci sono senza esserci.

O forse mai così in me, mai così vigile
ora che si concretano le parole
e i sogni prendono corpo, e le visioni
allucinate si fanno di carne.

Io sto nell’alba come sto nella vita:
fermo su me in attesa del giorno,
guardando scorrere un ruscello qualunque
sotto di me, portarsi via le illusioni.

Io sto con le parole che non si posano
oltre l’abbaglio di un miraggio lontano
che sembra farsi accanto ma sparisce
anche quando non fa tremare nulla.

Io mi bagno nel nulla di una certezza
impropria, fatta soltanto di memoria.
Devo sguarnirmi del cuore, fissarmi soltanto
in ciò che sembra, in ciò che appare e sembra

vero, sembra consistere. Io vivo
oramai come l’ombra di una pianta
incapace di muoversi o restare.
Ferma nel suo destino come in un limbo

perché a slanciarsi trova la corrente.
Fare tutto del niente, approfittare
di una consolazione inesistente,
di una provvisiora verità.
Io so che all’alba si conosce l’aria
che approssima il mattino e i suoi colori.
Se qui l’aspetto dovrà giungere, credo.
Oppure, se non giunge, aspetterò.

Io di qui non mi muovo, anche se penso
che muoversi o non muoversi non muta
la storia, se poi il cuore immacolando
vibra solo su sé, sperso nel cielo.

Quante albe e misteri ho conosciuto…
da qui, senza volerlo si scopre l’urto
che inceppa l’universo, e le precarie
stabilità degli uomini. Da qui

per l’erba o lungo il ciglio della strada
s’affretta lesto il topo al nascondiglio,
perché l’alba è alle porte. S’apre l’ala
del colombo e la serpe un po’ s’acquatta.

Tutto si muove, intorno a me nell’alba.
E tutto tristemente piega e cade.
Se qualcuno gridasse, almeno potrei
da qui lanciare un urlo di risposta,

o una mano protendere, tentando
un abbraccio che superi il saluto,
una presa che regga. Da qui potrei
dare segni di vita, dimostrare

almeno a me che qualche cosa tiene.



*
Per noi randagi piove sempre una notte
opportuna, un’occasione di scavi
nella memoria delle campagne,
una possibilità di voce. Le parole

escono da una stiva segreta
quando le stelle se le porta lo scirocco
e l’erba tumultua oltre il motore dell’auto.
Spegni dunque i tuoi fari, concedi

alla fronte uno spicchio d’aria lunare.
Che il mare qui è un oceano d’occhi che spiano,
un caldo fuori stagione che preme e chiama.
La carta trema tra le nostre mani, la debolezza

ci spinge ad un silenzio che è sguardo e fuoco
e luminosa è l’attesa.


*
Io non sono padano che nel sogno
e un po’ nella memoria. Non conosco
come trame del mio respiro
le luci d’Emilia e quell’aperta
pace che rende il Secchia.

Però me lo vedo ancora mio nonno Davòli
che disegna un leone sulla volta
sdrucita del San Rocco di Carpi, i suoi
passi che immacolando riemergono
da queste voci dove non sta la mia storia.
Chissà – me lo ripeto
con la follia di chi illude nel tempo –
se qui riposerò in una lingua anche mia.

Se la mia orma reggesse tra questi cumuli
di pioppi e portici…


PIANURA

Quei minuscoli insediamenti rurali
che talvolta si avvistano nella Pianura
padana, e sono tutti lontani, miraggi
di natura inviolata, di non perso

dialetto. Intorno non c’è
mai nessuno. Assomigliano
a refrattarie archeologie del presente.
Una nebbia leggera le sigilla

in una debole luce, malata,
in cui gli occhi si stringono
e la vita dilata. Filari sospesi
nella giovinezza.


DOVE LA ROCCIA NON CROLLA

Atterrando con pace in un tempo
divorato dai lupi. Frugando l’aria
nel ricordo sopito ma con che buio
dentro, e le borse grondanti

di libri, e senza cucina, vuote le camere,
schizzando da un lato all’altro della corda
come scheggia impazzita che solamente
un fondato amore può tenere all’àncora.

Con quanta ammirazione, un po’ trepidando
in giorni sagome di verità, in lampi coscienti
fino al caffè del risveglio di questa mattina
un po’ in apnea per il sonno, un po’ galleggiando

tra le mani già ignare del sangue
che le attraversa, appena poco nascosto
tra le giunture e le vene, che le anima e ferisce
e solidifica, in un abbraccio d’orrore e conforto.

Che deve trattarsi dell’angelo dell’incontro,
di un Abramo uscito in cerca della sua voce
per una promessa serissima e invisibile,
come un’orma sul mare. E lui via

per quella strana follia, l’irragionevole
fuga dal certo. Pensa come tutto si sfalda,
ciò che non ci appartiene, come svapora
il mondo e solo rimane una traccia minima

al colmo della pagina. Pensa, come io faccio,
lo sguardo che teme il destino e lo riconosce
per segni che giungono alla rinfusa da altrove,
chiamando a percorsi di mulattiera o in vicoli bui

che solo in fondo aprono al panorama.
Spettatori implicati e responsabili
di una pazzia, per chi vive alla terra
legato come formica a segmenti di cocci,

a figure di nebbia che bucano il vuoto. E invece noi
piccole cose che confonde l’azzurro,
noi come spuma in fuga sull’oltremare,
su una riva difficile e irta,

dove la roccia non crolla.

venerdì 15 maggio 2009

da GLI INCENDI (L'Arcolaio, Forlì, 2008)


Introduzione alla lettura

Ci sono case dove tutto il mondo pare farsi terrazza. La casa di Filippo, a Macerata, è spalancata sui tetti. Certe case hanno dimestichezza coi cieli, coi venti di sud-est che strattonano le tende, con gli uccelli e le loro gazzarre. In queste case viene più spontaneo dare del tu al mondo.
Ali si muove come se vivesse da sempre in questa casa. Oggi è triste perché è stato bocciato all’esame della patente di guida. Ali è afghano.
Mi verrebbe da chiedergli se la sua terra è ancora quella che lessi anni fa in un libro di Peter Levi - un gesuita di buona reputazione: il deserto coi laghi salati pieni di schiuma, le montagne del Nuristan da cui si estraggono lapislazzuli e rubini balaschi, Jelalabad coi villaggi pastorali intorno come ai tempi di Virgilio, o Kandahar e i minareti azzurri dove fanno il nido le cicogne.
Vorrei che mi dicesse che questi non sono solo i nomi tristi, deflorati dalla guerra.
Alì è arrivato in Italia sputato da una guerra insonne.
In casa, in questo momento, ci sono pure Arbi che è albanese e Adri, rumeno. Tre ragazzi.
Arbi, il più minuto, si è appena svegliato e pare nello sguardo come uno di quei vecchi che non sanno più dormire.
Filippo mi mostra le foto degli altri ragazzi, quelli che lui chiama “figli”: Kla, Almi, Dashi, Ahm, Dri, Ulali… Parla senza infingimenti.
Filippo è un poeta e ai poeti, si sa, non si addicono i peccati.
Essere padre per Filippo è una maniera nuova e vertiginosa di mettersi al mondo.
Penso con consolazione che forse è finita l’epoca dei padri che devono sorvegliare la discendenza dagli occhi, dalla linea del naso o dalla propensione per il vizio o per la matematica.
Forse è giusto che decadano i vecchi padri verticali come icone, quelli che lasciano ai figli i blasoni, le saghe, le patrie vere o presunte.
Un tempo Dio aveva promesso ad Abramo una discendenza pari a quella delle stelle del cielo, ed una terra rugiadosa di latte e di miele.
Invece, lo ha costretto nei mancamenti dell’esodo per giungere ad una terra scabra piena di sassi di luna. In quanto alla discendenza, la Scrittura è piena di donne sterili che urlano dalla loro matrice serrata. Che, quando mettono al mondo dei figli, dopo aver crepato il cuore, sono quasi sempre figli unigeniti. Dio aveva promesso ad Abramo la discendenza, poi gli ordina di schiantare l’albero con la radice. E’ da quel momento che è cominciata l’orfanezza del mondo, forse.
Dal capo di Isacco bambino tenuto fermo sulla pietra, dai suoi occhi assorti nel buio del respiro.
Oppure, da Abramo col coltello levato in aria che dice “Hinneni”, ”Eccomi”.
O dalla bugia detta sul fare dell’alba, quando Sara la madre si raccomanda: “ Bada al bambino, perché lui ed io è come se fossimo un’anima sola” e Abramo il padre risponde: “Porto mio figlio a conoscere Dio”…
E’ da questa storia scabrosa che la vicenda dei padri e dei figli unici si è incagliata sul fondo?
Eppure Dio deve onorare la promessa: tanti figli quanto un acquario di stelle.
Forse Filippo ha ascoltato la buona novella.
Un tempo anche lui è stato figlio unico di una generazione ossuta e stenta. Ora è padre di molti figli.
A cui ha assicurato, in un mondo di terrachiusa, la sua casa come l’approdo, l’asciutto a vista per ogni viandanza. Ma Filippo ha fatto di più.
Ad ognuno dei figli ha insegnato la sua lingua, la bella lingua italiana i cui suoni aperti sembrano risonanti come conchiglie. A chi ha affilato la parlata nel deserto scortecciandola di consonanti, o ai giovani contadini d’Asia che parlano piano e roco come i colombi.
Per questi figli che sono capitati in bocca all’Occidente, Filippo ha fatto sentire loro il sapore della nuova lingua con la quale devono vivere. Chi conosce una lingua mette al mondo il mondo.

Se mi fai uscire dall’aula chiamo gli uccelli. / Fischio in un modo che loro capiscono / e mi fanno volare”, sussurra Ni.

I figli di Filippo partiranno dalla casa sui tetti, è verso il mondo che dovranno stendere le braccia al largo.

Se avessimo due mucche io saprei / come tirarne il latte e i peperoni / crescere furibondi in mezzo al campo / Non questo scuro piatto della fabbrica, / non questo mormorare della città”, dice Dashi.

Come ogni padre, quando i suoi figli prenderanno il volo, lui non potrà impedire lo schiaffo dell’aria.
Filippo sa, però, che se dovranno attraversare la notte incatramata sentendosi gli intrusi del mondo, sentiranno dentro le parole venire in bocca, come naufraghi sul labbro di una riva:

essere come il carpino / mentre cresce il meriggio abitato / dai moschetti e dai passeri, / dal fondo della radice negli ariosi / fiocchi lungo i pendagli / spiccando il volo breve primaverile.

Le parole della notte metteranno al mondo il mondo e scuciranno nel buio un taglio di chiaro.

Lucia Tancredi



________________

*
(Ali)

“Un anno fa sono partito da casa
e non posso chiamare se non ho soldi
da mandare a mia madre. Che le direi?
Ma non ci torno, non ci tornerò più
a salutare i miei monti – lei, che pensava
che in tutto il mondo si parlasse persiano”.

*
(Al)

“Sto bene con questi matti, zio.
E tu il più matto di tutti. E invece
mi porteranno via, pare mi aspetti
mia madre. Usciamo, zio.
Andiamo a vedere l’aria dai tetti.”

*
(Far)
“Devi insegnarmi l’inglese.
È a Londra che devo andare, qui mi trattengo
per volere di altri. Là c’è mia madre.
Ho scordato il mio nome: ora ne ho cinque
e cinque età. Mi dovranno mandare,
quando li avrò stancati con le bugie”.

*
(Flo)

“A noi ci ha cresciuti la vita.
E con il clarinetto mi faccio festa
quando vorrebbe abbandonarmi il cuore.
Quando sono venuto era per studiare.
La vita, sempre lei, mi ha cambiato la strada.
Ma il clarinetto viene sempre con me
e quando è scuro la colora di luce.”

*
(We)

“Quando sarai vecchio ti porterò con la macchina.
Tu mi hai insegnato Dante e la poesia,
i miei bambini ti vorranno un gran bene.
Anch’io come Leopardi ho sofferto tanto
e sogno l’infinito. Ti porterò
al mare, che ti fa bene per le ossa.
E là ballerò per te un hip-hop scatenato:
tutte le ragazze mi guarderanno,
ma è con i versi che le stregherò.”

*
(Leor)

“Vieni a vedermi domenica, che gioco?
Mi devi dire come metto i piedi
e se ti piace come faccio gol.
Io ho la testa nei piedi, me lo dicevano
che ero piccolo ancora.
Ma se l’allenatore mi fa giocare
divento grande subito.”

*
(Mod)

“Io non mangio mentre mia madre muore.
E muore perché non mangia, laggiù.”

*
(Ak)

“Vedi? La sigaretta che fumiamo
qui che c’è freddo ma noi stiamo dritti
e fermi, il fumo ci tocca gli occhi
e ci teniamo il male che devasta.
E questa è dignità. Ma ci fa bene
fumarcela un po’ insieme, perché soli
non si riesce a volte.”

*
(Az)

“Una manciata di molliche per i piccioni.
Ai più infelici e timidi
ne lanci di proposito, ma volano
come proiettili il pane, come una caccia
a trappola, non afferrano nulla,
né il pane né la premura.
Così il tuo gesto manca molti di noi.”

*
Avrei voluto infilarti in uno schema,
cucirti di parole, renderti bello
per opera mia. Sentirmi intelligente
nel definirti. Mi sarebbe piaciuto
rendermi indipendente dal tuo Nome
oltre il pronunciamento. Sigillarti
in un concetto, in un pensiero aperto
che sembri dialogante.
La vita che non ha nulla di eccezionale
me la coltivo, dicevo, come un piccolo
orto discreto. Illuminazioni del dire
lo renderanno, ripetevo, unico.
Ma il tuo Nome ritorna in altri nomi
quando meno ti aspetto. Evocarti
è il tuo sangue che ancora circola in me.
Darti voce è incrociarti nelle cose.